L'hanno vista arrivare

scritto da innuendi
Scritto 9 mesi fa • Pubblicato 3 ore fa • Revisionato 3 ore fa
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... lei che danza nuda...
- Nota dell'autore innuendi

Testo: L'hanno vista arrivare
di innuendi

L’hanno vista arrivare dalla frontiera.

Camminava come chi ha perso una guerra che nessuno ricorda più.

Passo incerto, sguardo bruciato.

Stringeva una sigaretta bagnata.

Le dita annerite di freddo e nicotina, come se l’avesse fumata con le ossa.

Tecla.

Il nome correva sottovoce tra le labbra di chi l’aveva solo intravista, un’ombra scomoda nel riflesso di una vetrina. Aveva attraversato la notte come si attraversa un deserto: senza acqua, senza direzione, senza illusioni. Solo un sacco troppo grande sulle spalle e un silenzio ancora più pesante dentro.

Al bar nessuno le chiese nulla. Non per cattiveria.

Ma perché quando il dolore è vero, quando puzza di vita e sogni sfatti, la gente gira la testa. Per paura del contagio.

Sedette a un tavolo.

Ordinò un caffè che non bevve.

Il barista le diede una tazzina sbeccata. 

Forse per caso.

Forse perché certe persone si riconoscono subito: sono quelle che nessuno vuole rovinare, perché sono già rotte.

Ogni tanto Tecla alzava lo sguardo.

Non cercava nulla.

Solo un punto dove posare gli occhi per non vomitarsi addosso i ricordi.

Fu allora che lo vide.

O forse lo immaginò. Non importa.

Era seduto nell’angolo più buio del bar.
Gambe accavallate, camicia sbottonata fino allo sterno.
Sorrideva.

Quel sorriso lo conosceva bene.

Il ghigno che precede le promesse mai mantenute, i lividi fatti con la bocca, i “ti amo” usati come chiavi false.

«Sei ancora viva?» chiese il fantasma, sputandole fumo addosso.

Tecla non rispose.

Lo fissò con gli occhi di chi ha già pianto tutto.

Poi, piano, prese la tazzina e la scagliò verso l’angolo. La porcellana esplose.

Un lampo secco, poi il tuono del silenzio.

Il barista si voltò.

Non disse nulla.

In quell’angolo non c’era nessuno.

Solo polvere e ombra.

«Vaffanculo, Giuliano», mormorò.

Il fantasma non sparì.

Restò lì, appoggiato al vetro, a seguirla mentre usciva. Come sempre.

Come ogni maledetto giorno.

Tecla non era solo bella.

Era altro.

Curve da autodromo, sguardo fiero.

Aveva vissuto con uomini incapaci di guardarla in faccia, capaci solo di guardarla tra le gambe.

E a lei andava bene così.

Non voleva amore.

Voleva dimenticare il sapore di quella volta sola, quando aveva creduto fosse vero.

Qualcuno disse che veniva dall’Est.

Qualcuno giurò di averla vista danzare nuda in un locale di frontiera.

Qualcun altro la ricordava con una pistola in mano e il volto coperto.

Forse stronzate.

Forse no.

La verità è che Tecla non veniva da nessuna parte.
E non andava da nessuna parte.

Era un passaggio.

Come un odore che entra in una stanza e poi sparisce, lasciando qualcosa in gola.

Una tosse.

Un bruciore.

Restò in città tre giorni.

Dormiva dietro la stazione.

Parlava con un cane randagio.

Scriveva su un quaderno dalla copertina rossa.

Una notte un ragazzo provò a seguirla.
Il giorno dopo aveva un occhio nero e la dignità nel cesso.

Poi se ne andò.

Così com’era arrivata.

Senza saluti.

Senza rumore.

Niente.

Solo la tazzina sbeccata ancora lì e un mozzicone di sigaretta inciso sul bancone, come una firma bruciata.-

G.L. - 2020

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